Attenzione alle e-mail su marchi e domini cinesi

Molto spesso i nostri clienti ricevono delle e-mail da entità cinesi che si presentano come studi specializzati nella proprietà intellettuale o degli Internet provider locali, che li informano di una richiesta di registrazione che hanno ricevuto da una società cinese per un marchio o nome a dominio che fa in qualche modo riferimento al cliente e ai suoi segni distintivi.

Queste e-mail girano da svariati anni ormai, e solitamente si presentano in questo modo:

 

 

 

 

 

Dear Principal, 

 

Nice day. We are an organization specialized in dealing with Trademark Registration and Internet Copyright dispute in Asia.

 

Yesterday, one company named …. applied for the Chinese Trademark “xxx” with us.

 

After checking, we found it’s your company name. Did you consign that company to register this Trademark ? Or are they your subbranch? Because this is very important, pls give us a reply ASAP.

 

Best Regards,

 

(It’s very urgent, therefore we kindly ask you to forward this email to your CEO. Thanks)

 

Dear CEO,

 

This email is from China domain name registration center, which mainly deal with the domain name registration in China. On …., we received an application from …. requested “xxx” as their internet keyword and China (CN) domain names xxx.cn, xxx.com.cn, xxx.net.cn, xxx.org.cn). But after checking it, we find this name conflict with your company name or trademark. In order to deal with this matter better, it’s necessary to send this message to your company and confirm whether this company is your distributor or business partner in China?

 

Best Regards

Le informazioni che riportano sono generalmente false e l’obiettivo è quello di spaventare il destinatario che può pensare di vedersi sottratto da un momento all’altro il marchio o il nome a dominio in Cina. Pare quasi che i mittenti cinesi facciano un favore al destinatario informandolo tempestivamente di un potenziale tentativo di usurpazione, ma non vi è in realtà alcuna preoccupazione da parte loro sul destino del marchio o del nome a dominio in questione. A contrario. Il loro è un tentativo di accaparrarsi l’autorizzazione per procedere con la registrazione a costi elevati, se non addirittura di truffare il destinatario.

Se vi capita di ricevere e-mail di questo tipo, suggeriamo di non rispondere. È comunque consigliabile valutare l’importanza del proprio marchio e del nome a dominio in Cina e l’opportunità di procedere con la loro registrazione, anche in chiave difensiva, per evitare danni che registrazioni fatte da terzi potrebbero arrecare alla vostra attività e al vostro marchio nel mercato cinese.

 

© THINX Srl – Maggio 2021

Tutela delle DOP in UE: Questione di forma e di sostanza

Premessa

Secondo Coldiretti, nella classifica dei prodotti più contraffatti del nostro settore agroalimentare risultano esserci i vini a partire dal Prosecco e Amarone, seguiti al secondo posto dai formaggi a partire dal Parmigiano Reggiano e Grana Padano. Sempre Coldiretti segnala che la contraffazione avviene soprattutto in Paesi emergenti o nei più ricchi dalla Cina all’ Australia, dal Sud America agli Stati Uniti ma esempi clamorosi si trovano anche in Europa.

Due importanti decisioni emesse a livello europeo a distanza di pochi mesi, la prima del 17 dicembre 2020 della Corte di Giustizia dell’Unione Europea nella causa C-490/19 relativa al caso del formaggio “Morbier” e la seconda del 14 aprile 2021 del Tribunale UE nella causa T‑201/20 relativa al caso del “Gallo nero simbolo storico del  vino del Chianti Classico”, confermano l’importanza e l’estensione della tutela riconosciuta alle DOP da parte dell’Unione Europea e costituiscono precedenti importanti per la tutela dei nostri prodotti di eccellenza del comparto agroalimentare e vitivinicolo all’interno almeno dei confini europei.

  • Sentenza CGUE nella causa C-490/19 “Morbier” DOP   

Secondo la descrizione del prodotto contenuta nel disciplinare, fornita dal regolamento di esecuzione (UE) n. 1128/2013 della Commissione, del 7 novembre 2013, “il “Morbier” è un formaggio prodotto con latte crudo vaccino, a pasta pressata, non cotta, di forma cilindrica piatta a facce piane e scalzo lievemente convesso, con diametro da 30 a 40 cm, altezza da 5 a 8 cm e peso da 5 a 8 kg. Esso presenta al centro una striscia nera orizzontale, unita e continua lungo tutto il taglio. La crosta è naturale, strofinata, di aspetto regolare, ammuffita, segnata dalla trama dello stampo, di un colore che va dal beige all’arancione, con sfumature aranciate tendenti al marrone, al rosso e al rosa. La pasta è omogenea, di un colore che va dall’avorio al giallo pallido e presenta spesso un’occhiatura sparsa del diametro di un ribes o bollicine appiattite.”

Il formaggio Morbier gode di una denominazione d’origine protetta dal 2000.

Nel 2013  l’associazione per la tutela del formaggio Morbier ha citato in giudizio dinanzi al Tribunale di primo grado di Parigi, la società francese produttrice del formaggio “Montboissié du Haut Livradois”, contestando il fatto di arrecare danno alla denominazione protetta e di commettere atti di concorrenza sleale e parassitaria, producendo e commercializzando un formaggio che riprende l’aspetto visivo del prodotto protetto dalla DOP «Morbier», al fine di creare confusione con quest’ultimo e di sfruttare la notorietà dell’immagine ad esso associata, senza doversi conformare al disciplinare della denominazione d’origine.

Le richieste dell’associazione per la tutela della DOP sono state respinte con sentenza del 14 aprile 2016, confermata dalla Corte d’appello di Parigi con sentenza del 16 giugno 2017. Quest’ultima ha dichiarato che non costituiva un illecito la commercializzazione di un formaggio che presentava una o più caratteristiche contenute nel disciplinare del formaggio Morbier e che si avvicinava quindi a quest’ultimo.

In terzo grado, la Corte di Cassazione francese si è rivolta alla Corte Europea per un parere sull’interpretazione dell’art. 13 paragrafo 1 lettera d) del Regolamento n. 510/2006 (relativo alla protezione delle indicazioni geografiche e delle denominazioni d’origine) e dell’art. 13 paragrafo 1 lettera d) del Regolamento n. 1151/2012 (sui regimi di qualità dei prodotti agricoli e alimentari) debbano essere interpretati nel senso che essi vietano solo l’uso, da parte di un terzo, della denominazione registrata o se debbano essere interpretati nel senso che essi vietano anche la presentazione di un prodotto che possa indurre in errore il consumatore sulla sua vera origine, anche qualora la denominazione registrata non venga utilizzata da un terzo, qualora possa indurre in errore il consumatore sulla vera origine del prodotto.

Con sentenza del 17 dicembre 2020, la Quinta Sezione della Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha ribadito che:

  • l’articolo 13, paragrafo 1, del regolamento (CE) n. 510/2006 del Consiglio, del 20 marzo 2006, relativo alla protezione delle indicazioni geografiche e delle denominazioni d’origine dei prodotti agricoli e alimentari, e l’articolo 13, paragrafo 1, del regolamento (UE) n. 1151/2012 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 21 novembre 2012, sui regimi di qualità dei prodotti agricoli e alimentari, devono essere interpretati nel senso che essi non vietano solo l’uso, da parte di un terzo, della denominazione registrata.
  • L’articolo 13, paragrafo 1, lettera d), del regolamento n. 510/2006 e l’articolo 13, paragrafo 1, lettera d), del regolamento n. 1151/2012 devono essere interpretati nel senso che essi vietano la riproduzione della forma o dell’aspetto che caratterizzano un prodotto oggetto di una denominazione registrata, qualora questa riproduzione possa indurre il consumatore a credere che il prodotto di cui trattasi sia oggetto di tale denominazione registrata. Occorre valutare se detta riproduzione possa indurre in errore il consumatore europeo, normalmente informato e ragionevolmente attento e avveduto, tenendo conto di tutti i fattori rilevanti nel caso di specie.

Pertanto sono vietate, oltre che l’utilizzo non autorizzato del marchio DOP, anche la riproduzione della forma o dell’aspetto che caratterizzano un prodotto oggetto di una DOP, intendendo anche come modalità di presentazione al pubblico e di commercializzazione dei prodotti in questione, qualora essa possa indurre in errore il consumatore europeo normalmente informato e ragionevolmente attento e avveduto.

  • Sentenza TUE nella causa T‑201/20 “Gallo nero” del Chianti Classico DOCG 

Il simbolo del Gallo nero è collegato al territorio di produzione del vino Chianti Classico dal quattordicesimo secolo e viene scelta nel 1384 come simbolo dalla Lega del Chianti, un’alleanza politico militare creata dalla Repubblica di Firenze con la missione di difendere e amministrare il territorio del Chianti. Come si può leggere nel sito del Consorzio del Chianti Classico, quando nel 1924 viene costituito il Consorzio di produttori vitivinicoli (oggi Consorzio Vino Chianti Classico) “per la difesa del vino tipico del Chianti e della sua marca di origine” viene scelto come simbolo proprio il Gallo Nero e nel 2005 diventare il simbolo che rappresenta tutti i vini della denominazione Chianti Classico.

Il 21 settembre 2017 la società Berebene Srl ha presentato una domanda di registrazione di marchio dell’Unione Europea all’Ufficio dell’Unione Europea per la Proprietà Intellettuale (EUIPO) per un’immagine simile a quella del Gallo nero simbolo della denominazione Chianti Classico per “bevande alcoliche (escluse birre)”.

Il 21 dicembre 2017 il Consorzio vino Chianti Classico ha presentato opposizione alla registrazione sulla base del proprio marchio collettivo italiano figurativo raffigurante il “Gallo Nero” per vini della classe 33.

Con decisione del 18 gennaio 2019, la divisione di opposizione ha accolto l’opposizione contro la quale la società Berebene Srl ha successivamente presentato ricorso all’EUIPO.

Con decisione del 23 gennaio 2020, la prima Commissione di Ricorso dell’EUIPO ha respinto il ricorso sulla base dell’articolo 8, paragrafo 5, del regolamento n. 2017/1001. Successivamente dalla Commissione di Ricorso dell’EUIPO, il procedimento è proseguito davanti al Tribunale UE, che ha confermato la decisione della Commissione e respinto il marchio proposto, affermando in particolare che “Nel caso di specie, si deve osservare che, vista l’elevata notorietà e il carattere distintivo intrinseco del marchio anteriore, il fatto di utilizzare un segno avente una certa somiglianza con il marchio anteriore per prodotti identici a quelli designati da quest’ultimo presenta un rischio non ipotetico che il pubblico di riferimento stabilisca un nesso tra i marchi associando l’immagine del gallo del marchio richiesto ai prodotti dell’interveniente, di modo che l’uso del marchio richiesto possa trarre un vantaggio indebito dalla notorietà, dal prestigio e dall’eccellenza proiettata dal marchio anteriore, il che rischia di dar luogo a un vantaggio indebito risultante dagli sforzi commerciali dell’interveniente per lo sviluppo del suo marchio. Di conseguenza, la commissione di ricorso non ha errato nel concludere che l’uso del marchio richiesto poteva dar luogo ad un indebito vantaggio a favore della ricorrente.”

Conclusione

Le decisioni che precedono sono particolarmente importanti per il nostro Paese in quanto l’Italia ha il numero maggiore di prodotti DOP, IGP e STG tutelati a livello europeo ma è anche tra le nazioni più colpite nel mondo dalla falsificazione attraverso il fenomeno del cosiddetto Italian Sounding.

 Secondo i dati di Coldiretti le imitazioni dei prodotti agroalimentari made in Italy hanno superato il valore di 100 miliardi nell’anno del Covid.  In particolare, sulla sentenza del Gallo nero del vino Chianti Classico, la Coldiretti ha commentato che “viene così sventato l’ennesimo tentativo di appropriarsi indebitamente di marchi storici nazionali il cui prestigio è stato costruito dal lavoro di intere generazioni. La pretesa di utilizzare gli stessi simboli per prodotti profondamente diversi è inaccettabile e rappresenta un inganno per i consumatori ed una concorrenza sleale nei confronti degli imprenditori. Nel mondo si stima che più due prodotti agroalimentari made in Italy su tre siano falsi senza alcun legame produttivo ed occupazionale con il nostro Paese.”

 

© THINX Srl  – Aprile 2021

 

Il Diavolo si nasconde nei dettagli

Eccoci alla seconda parte di un percorso tra i dubbi più frequenti per gli inventori che si trovano a dover spiegare la propria invenzione ad un consulente brevettuale, affinché questi ne tragga una domanda di brevetto.

Nello scorso articolo avevamo visto come, nonostante la comprensibile ritrosia, non sia possibile fornire una descrizione incompleta o addirittura fuorviante dell’invenzione, pena la nullità del brevetto.

La necessità di fornire una descrizione esauriente e veritiera porta spesso ad un altro dubbio: Ma se descrivo tutti i dettagli per filo e per segno, poi basta cambiare una virgola per uscire dal brevetto!

Per affrontare questo dubbio è utile chiarire meglio la struttura stessa del documento brevettuale; questo comprende un sommario, una descrizione, accompagnata spesso da disegni esplicativi, e una sezione conclusiva che contiene le cosiddette rivendicazioni.

Il sommario non ha un effettivo valore legale. Esso assolve, spesso assieme ad una figura significativa, lo scopo di indicare per sommi capi quale sia l’ambito tecnico dell’invenzione.

Le parti che invece contano realmente nel documento brevettuale sono la descrizione e i disegni, da un lato, e le rivendicazioni dall’altro lato. Tali parti però hanno ruoli ben distinti.

La descrizione e i disegni hanno come primo scopo quello di spiegare l’invenzione al lettore e, si potrebbe dire, devono essere il più dettagliati possibile. Oltre all’obbligo di legge di consentire ad una persona esperta di attuare l’invenzione, vi è anche un secondo motivo per cui descrizione e disegni devono essere particolareggiati. Essi forniscono l’unica riserva di caratteristiche tecniche alla quale si potrà attingere nel corso della procedura d’esame che condurrà all’eventuale concessione del brevetto. Poiché infatti non è possibile integrare descrizione e disegni, tutte le caratteristiche che non vi sono riportate sin dall’inizio non potranno essere usate in esame per differenziare l’invenzione da eventuali soluzioni note che le assomiglino, anche solo in modo fortuito. Statisticamente si può dire che le soluzioni note citate in esame possono cogliere alla sprovvista l’inventore. A volte sono molto più simili all’invenzione di quanto ci si potesse aspettare. Per questo motivo, al momento della redazione della domanda, è bene prepararsi una cospicua riserva di caratteristiche tecniche, anche se possono sembrare banali o scontate, perché potrebbero risultare preziose in un secondo tempo.

Tuttavia la tutela dell’invenzione non è definita dalla descrizione e dai disegni, ma dalle rivendicazioni. Esse dunque, in particolare quelle indipendenti, devono essere il più scarne possibile per mantenere ampia la tutela. Le rivendicazioni devono cioè elencare il minor numero di caratteristiche tecniche che consenta di definire l’invenzione e di differenziarla dalle soluzioni note. Ne consegue quindi che il grado di dettaglio con cui sono scritte le rivendicazioni dipende necessariamente da quanto è affollato il settore tecnico cui appartiene l’invenzione: più un ambito tecnico è affollato, più sarà necessario dettagliare la definizione dell’invenzione per distinguerla dalle molte soluzioni note che le somigliano.

In questo senso, se è vero che basta cambiare una virgola per uscire dal brevetto, allora possono essersi verificate due eventualità. La prima è che il settore dell’invenzione fosse estremamente affollato, richiedendo così un grado di dettaglio tale da consentire facili scappatoie. In questo caso naturalmente l’alternativa sarebbe stata quella di non ottenere affatto alcun brevetto. La seconda eventualità è che, semplicemente, la rivendicazione sia stata scritta male; del resto, come si dice, non tutte le ciambelle vengono col buco!

Da questo punto di vista però il ricorso ad un consulente brevettuale qualificato dovrebbe scongiurare questo tipo di problema.

 

© THINX Srl  – Aprile 2021

                                

Se non è distintivo, come posso tutelare il mio slogan?

Autore: dott.ssa Giulia Didonè

Un’azienda per esprimere e far arrivare al consumatore la filosofia, la mission, i valori, lo spirito del proprio marchio, ma anche rafforzare la sua posizione sul mercato cercando di far entrare e risuonare lo stesso nella mente dei consumatori, ha disposizione diversi strumenti di marketing, come il payoff e lo slogan (o claim).

Il payoff è una frase che viene usata in combinazione con il marchio, per spiegarne il significato e i valori. Rientra fra gli elementi della brand identity, riassumendo o completando l’identità del marchio al fine di renderlo unico e memorabile. Di seguito alcuni esempi di payoff:

 

Lo slogan è invece una frase accattivante, di effetto che viene usata per la promozione, nelle campagne pubblicitarie. Ha lo scopo di attirare l’attenzione dei consumatori su uno specifico prodotto, andando a lavorare sulla brand awareness e quindi sulla notorietà e reputazione del marchio, imprimendolo nella mente dei consumatori. Esempi di slogan sono:

Entrambi questi elementi possono essere tutelati e possono essere registrati come marchio ogni qualvolta soddisfino i consueti requisiti di registrabilità richiesti per tutti gli altri segni, ovvero: la novità (non devono essere identici o simili a marchi anteriori altrui per prodotti o servizi identici o affini), la liceità (non devono essere contrari alla legge, all’ordine pubblico e al buon costume  e non devono essere idonei a trarre in inganno i consumatori sulle caratteristiche e le qualità dei relativi prodotti e servizi), e quello maggiormente problematico da provare per questa categoria di segni, la distintività.

Con riguardo a quest’ultimo requisito, la giurisprudenza europea ha riconosciuto che, sebbene i criteri di valutazione del carattere distintivo per i claim (e, in genere, per tutti quei segni o indicazioni che siano peraltro utilizzati quali slogan commerciali, indicazioni di qualità o espressioni incitanti ad acquistare i prodotti o i servizi contraddistinti da tali marchi) siano i medesimi per diverse categorie di marchi, la percezione del pubblico di riferimento non è necessariamente la stessa per ciascuna di tali categorie e quindi potrebbe risultare più difficile stabilire il carattere distintivo in determinate categorie rispetto ad altre (v. sentenza Corte Giustizia CE, sez. I, nel procedimento C398/08 P, decisione del 21 gennaio 2010; sentenza del 21 gennaio 2010, Audi / UAMI, 398/08 P, EU: C: 2010: 29, punto 36-37 e giurisprudenza ivi citata). Le aspettative del pubblico del settore interessato non sono, infatti, necessariamente le stesse per ognuna delle diverse categorie di marchio.

In particolare, la giurisprudenza è unanime nel ritenere che uno slogan è dotato di carattere distintivo se esso permette di identificare i prodotti o servizi per i quali è richiesta la registrazione come provenienti da un’impresa determinata. Quindi un siffatto marchio potrà contemporaneamente essere percepito dal pubblico di riferimento come formula promozionale e come un’indicazione dell’origine commerciale dei prodotti o servizi. Se lo slogan non fosse percepito immediatamente dal pubblico come indicazione di origine, distinguendo il prodotto o il servizio di una certa impresa dal prodotto o servizio di altre imprese, allora non sarà dotato di carattere distintivo e non potrà essere registrato come marchio.

Un altro strumento per tutelare lo slogan che diventa particolarmente utile quando si verifica la circostanza appena menzionata (e dunque quando il claim non funge da indicazione dell’origine di un prodotto o servizio e viene percepito dai consumatori solo come formula promozionale), è il sistema delle pre-emption.

Si tratta di uno strumento messo a disposizione dall’Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria (IAP), ovvero l’istituto a cui fa capo il sistema di autodisciplina pubblicitaria in Italia e che opera per mezzo del Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale (arrivato alla 68ª edizione, in vigore dal 9 febbraio 2021).

Il sistema delle pre-emption consente di tutelare un singolo messaggio di una futura campagna di comunicazione, attraverso il deposito della stessa presso lo IAP.

Il procedimento è semplice. È sufficiente compilare un modulo riportando l’idea creativa da proteggere e depositarlo presso l’Istituto. Lo stesso verrà registrato dalla segreteria IAP e successivamente pubblicato sul sito dell’Istituto (https://www.iap.it/).

Questo strumento consente all’azienda di attestare la priorità temporale dell’idea creativa non ancora diffusa e la protezione ha efficacia per un periodo di 12 mesi dalla data del deposito, rinnovabile alla scadenza per un ulteriore anno.

A seguito del deposito presso lo IAP, in caso di futuro contenzioso sulla comunicazione commerciale con altro operatore, si potrà far valere la primogenitura dell’idea creativa, anche davanti il Giurì ai sensi degli articoli 13 e 44 del Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale.

Il servizio di deposito dell’idea pubblicitaria può rappresentare un efficace deterrente contro le scorrettezze nel campo della pubblicità oltre che una valida alternativa per proteggere il proprio slogan quando gli Uffici della Proprietà Intellettuale ritengono che lo stesso non sia registrabile come marchio in quanto privo di carattere distintivo.

Ascolta il podcast:

© THINX Srl  – Marzo 2021

“E tu, sai mantenere un segreto?”

L’attività quotidiana di un consulente brevettuale richiederebbe di chiarire i dubbi sollevati dai clienti, in modo da poter procedere con la massima serenità, alimentando un clima di fiducia reciproca.

Qui vorremmo affrontare alcuni dei dubbi che più spesso attanagliano chi si accinge, magari per la prima volta, a spiegare la propria invenzione ad un consulente brevettuale, affinché questi ne tragga una domanda di brevetto. In altre parole, questa è la fase in cui l’inventore deve svelare ad uno sconosciuto i risultati delle proprie fatiche, sapendo che tutto verrà scritto e pubblicato: una certa dose di inquietudine è quantomeno giustificata!

Le perplessità che gli inventori espongono più frequentemente in queste prime fasi sono riconducibili ad alcune domande: Fino che livello di dettaglio devo spiegare l’invenzione? Devo dire proprio tutto? Visto che la domanda di brevetto viene pubblicata, non è meglio se mi tengo qualche piccolo segreto, magari il cuore stesso dell’invenzione?

Le questioni che vengono poste in questo modo sono tutt’altro che banali e meritano una risposta che sia al tempo stesso soddisfacente e non troppo complessa dal punto di vista tecnico-giuridico.

Un buon punto di partenza per affrontare questo tema è quello di pensare che il brevetto è un contratto tra il titolare e la collettività: in cambio di un monopolio legale temporaneo per il suo sfruttamento economico, il titolare deve spiegare in modo chiaro l’invenzione. Più in particolare, la descrizione del brevetto deve consentire ad una persona esperta del settore (tipicamente ad un concorrente) di realizzare l’invenzione. In questo modo allo scadere del brevetto, quando cioè il titolare ha già avuto il proprio meritato guadagno, l’invenzione diventa di dominio pubblico e tutti possono liberamente realizzarla. Questo è ciò che costituisce il guadagno per la collettività.

Un esempio tipico per comprendere meglio il funzionamento di questo meccanismo è quello dei brevetti farmaceutici. L’idea base, esposta sopra, è che il titolare abbia un tempo sufficiente per poter vendere un farmaco in regime di monopolio. Questo tempo dovrebbe consentire non solo di ripagare i costi sostenuti per la ricerca necessaria a sviluppare il farmaco, ma anche per ottenere un equo guadagno. Successivamente, allo scadere del brevetto, il farmaco diventa di domino pubblico cosicché possano essere sviluppati i cosiddetti farmaci generici. In questo modo il sistema brevettuale mira ad ottenere un duplice obiettivo. Da un lato rende attrattiva l’attività di ricerca per lo sviluppo di nuovi farmaci e, d’altro lato, garantisce cure economiche grazie ai farmaci generici.

Alla luce di quanto sopra, dovrebbe dunque essere chiaro che una descrizione insufficiente o addirittura fuorviante, porta alla nullità del brevetto, perché così facendo il titolare non adempie ai propri doveri contrattuali nei confronti della collettività. La descrizione brevettuale deve dunque essere completa e veritiera.

Generalmente a questo punto sorge un altro dubbio, spesso alimentato da terribili precedenti riferiti da qualche conoscente: Ma se descrivo tutti i dettagli per filo e per segno, poi basta cambiare una virgola per uscire dal brevetto!

Anche questa è una questione interessante, ma… la affronteremo la prossima volta!

 

© THINX Srl  – Marzo 2021

                                

Proprietà intellettuale e industriale: JIACC sigla accordo con THINX SRL

Milano, 24 febbraio 2021. La Joint Italian Arab Chamber of Commerce – JIACC ha siglato oggi un accordo con THINX Srl, leader nella consulenza integrata e specializzata in Proprietà intellettuale e Industriale.

La collaborazione impegna le due società fino al 31 dicembre 2021, con l’obiettivo di supportare in modo esclusivo le oltre 100 imprese italiane associate e i numerosi partner della JIACC attraverso servizi di consulenza ad alto valore aggiunto in materia di Brevetti, Marchi, Diritti d’autore, Segreto industriale, Design etc.

In particolare, i soci e i partner della Joint Italian Arab Chamber of Commerce potranno usufruire di condizioni agevolate per accedere alla vasta gamma di soluzioni personalizzate che THINX Srl è in grado di offrire: dall’organizzazione di incontri formativi e di aggiornamento, alla divulgazione di note informative e di approfondimento, alla consulenza integrata su temi complementari alla Proprietà intellettuale e Industriale.

JIACC si impegnerà a sua volta ad utilizzare tutti i propri canali, sia offline sia online, per promuovere presso i propri associati e partner i servizi offerti da THINX.

Il Prof. Pietro Paolo Rampino, Founder e Vice President della Joint Italian Arab Chamber of Commerce – JIACC, ha sottolineato come “Attraverso questo accordo, la JIACC prosegue nella fondamentale attività di ampliamento dei servizi ad alto valore aggiunto che la Camera è in grado di offrire in via esclusiva ai propri associati e partner, assicurando l’accesso a competenze altamente qualificate in materie strategicamente rilevanti come quelle legate alla Proprietà intellettuale e Industriale”.

Il Presidente di THINX Srl, Ing. Antonio Di Bernardo, ha commentato: “Siamo orgogliosi ed entusiasti dell’inizio di questa fantastica collaborazione che fungerà da ponte tra il mondo Arabo e l’Unione Europea. La nostra mission è da sempre quella di supportare e affiancare le aziende in qualunque mercato operino, anche i più lontani.”

Per ulteriori informazioni:

THINX Srl

Responsabile reparto marchi e referente per la comunicazione

D.ssa Giovanna Del Bene

Tel. +39 02 82783531

E-mail. g.delbene@thinx.expert                                              

Etichettatura degli alimenti e marchi: informare o farsi notare?

Le confezioni presenti sugli scaffali sono spesso usate per attrarre i clienti e sbaragliare i concorrenti. I prodotti sono presentati in una giungla di immagini e parole accattivanti, atte a sollecitare il bisogno di scegliere alimenti salutari, genuini, leggeri ed ecosostenibili ma in cui è difficile districarsi.

Invece, è fondamentale che l’etichettatura, la presentazione e la pubblicità degli alimenti non traggano in errore o in inganno il consumatore.

L’etichetta è l’insieme delle menzioni, delle indicazioni, dei marchi di fabbrica o di commercio, delle immagini o dei simboli che si riferiscono al prodotto alimentare e che figurano direttamente sull’imballaggio o su un’etichetta affissa o sul dispositivo di chiusura o su cartelli, anelli o fascette legati al prodotto medesimo o sui documenti di accompagnamento del prodotto alimentare.

La normativa sull’etichettatura viene spesso confusa con la normativa prevista per la protezione del marchio d’impresa che invece attengono ad ambiti differenti: le etichette forniscono informazioni ai consumatori sul contenuto e sulla composizione del prodotto, allo scopo di tutelarne la salute e gli interessi; mentre il marchio è un segno distintivo utilizzato nel commercio per identificare un prodotto e permette al consumatore di riconoscerne l’origine imprenditoriale e preferirlo a prodotti identici o simili offerti dai concorrenti.

Certamente, il marchio costituisce l’elemento di maggiore attrattiva presente sull’etichetta o sulla confezione. Oltre ad informare, il marchio è in grado di invogliare il consumatore spingendolo all’acquisto. I marchi svolgono dunque un ruolo centrale nelle strategie di marketing e promozione dei prodotti, in quanto contribuiscono a creare un rapporto di fiducia con i propri clienti e aiutano a rafforzare la reputazione del marchio sul mercato.

La titolarità di un diritto di marchio (a seguito di registrazione presso appositi Uffici Marchi nazionali, a livello europeo, internazionale) concede la possibilità di utilizzare il segno in via esclusiva impedendo ad altri di utilizzarlo. Si tratta di un diritto territoriale, ciò vuol dire che tale diritto viene riconosciuto soltanto nei Paesi in cui è stata richiesta la registrazione del segno. E’ importante quindi registrare il marchio in tutti i Paesi in cui si intende commercializzare i propri prodotti, per evitare di dover cambiare l’etichetta dei propri prodotti a causa della presenza di diritti anteriori di terzi.

Il contenuto dell’etichetta di un prodotto alimentare non ha solo una funzione promozionale. Il produttore, infatti, è dovuto a rispettare una complessa normativa prevista a livello europeo per garantire un elevato livello di protezione dei consumatori in materia di informazioni sugli alimenti, al fine di garantirne in particolare la salute e la sicurezza. Tali informazioni devono, inoltre, essere inserite in maniera visibile, indelebile e leggibile.

Tali indicazioni obbligatorie non sono identiche per tutti i prodotti, ma variano da settore a settore. Inoltre, la vendita di prodotti agroalimentari italiani nell’Unione Europea è soggetta alla normativa comunitaria ma l’esportazione verso Paesi extra-UE può richiedere documentazioni o attestazioni aggiuntive ed aspetti da conoscere al fine di evitare blocchi delle merci alle dogane o respingimenti.

 

© THINX Srl  – Febbraio 2021

Contributi a fondo perduto per sostenere l’industria tessile, della moda e degli accessori ad alto contenuto artistico e creativo

Il Decreto del Ministero dello Sviluppo Economico, approvato il 18 dicembre 2020 e pubblicato in Gazzetta Ufficiale l’8 febbraio 2021, rende operativa la misura prevista dall’articolo 38-bis del “Decreto Rilancio” finalizzata a “sostenere l’industria del tessile, della moda e degli accessori, con particolare riguardo alle start-up che investono nel design e nella creazione, nonché allo scopo di promuovere i giovani talenti del settore del tessile, della moda e degli accessori che valorizzano prodotti made in Italy di alto contenuto artistico e creativomediante l’erogazione di contributi a fondo perduto.

  1. Finalità e soggetti beneficiari

La misura è finalizzata a:

– sostenere l’industria del tessile, della moda e degli accessori a livello nazionale, con particolare riguardo alle start-up che investono nel design e nella creazione;

– promuovere i giovani talenti del settore del tessile, della moda e degli accessori che valorizzano prodotti made in Italy di alto contenuto artistico e creativo.

Possono beneficiare delle agevolazioni le imprese di piccola dimensione secondo la definizione europea, di nuova o recente costituzione operanti nell’industria del tessile, della moda e degli accessori, non quotate e che non abbiano rilevato l’attività di un’altra impresa e che non siano state costituite a seguito di fusione.

  1. Tipologia di progetti agevolati

Per accedere alle agevolazioni, le imprese che possono beneficiare delle agevolazioni devono presentare progetti di investimento appartenenti alle seguenti tipologie:

  • progetti finalizzati alla realizzazione di nuovi elementi di design;
  • progetti finalizzati all’introduzione nell’impresa di innovazioni di processo produttivo;
  • progetti finalizzati alla realizzazione e all’utilizzo di tessuti innovativi;
  • progetti ispirati ai principi dell’economia circolare finalizzati al riciclo di materiali usati o all’utilizzo di tessuti derivanti da fonti rinnovabili;
  • progetti finalizzati all’introduzione nell’impresa di innovazioni digitali.
  1. Spese ammissibili

Sono ammissibili alle agevolazioni le spese strettamente funzionali alla realizzazione dei progetti di investimento, relative a:

  • acquisto di macchinari, impianti e attrezzature nuovi di fabbrica, comprese le relative spese di installazione;
  • brevetti, programmi informatici e licenze software;
  • formazione del personale inerenti agli aspetti su cui è incentrato il progetto in misura non superiore al 10% dell’importo del progetto;
  • capitale circolante, nel limite del 20% delle spese di cui ai precedenti punti, motivate nella proposta progettuale e utilizzate ai fini del pagamento delle seguenti voci di spesa:
    • materie prime, ivi compresi i beni acquistati soggetti ad ulteriori processi di trasformazione, sussidiarie, materiali di consumo e merci;
    • servizi necessari allo svolgimento delle attività dell’impresa;
    • godimento di beni di terzi;
    • personale direttamente impiegato nella realizzazione dei progetti di investimento.

Le risorse disponibili sono pari a euro 5.000.000,00.

Il contributo è concesso nella misura del 50% delle spese sostenute e ammissibili.

  1. Termini e modalità di presentazione delle domande

Le agevolazioni sono concesse sulla base di una procedura valutativa con procedimento a sportello, secondo quanto stabilito all’articolo 5, comma 3, del decreto legislativo n. 123/1998.

Le domande dovranno essere presentate, a partire dalla data fissata con il provvedimento direttoriale, esclusivamente per via telematica, attraverso l’apposita procedura informatica resa disponibile sul sito Internet del Ministero. Ogni impresa potrà presentare una sola domanda di agevolazione.

Bisognerà attendere il provvedimento del MISE in cui saranno stabilite le modalità di attuazione della suddetta disposizione, con particolare riguardo alle effettive modalità di presentazione delle domande di erogazione dei contributi.

 

Fonte: https://www.mise.gov.it/index.php/it/incentivi/impresa/tessile-moda-e-accessori

 

© THINX Srl  – Febbraio 2021

EUIPO – Dai impulso alla tua azienda con il fondo per le PMI

Il fondo per le PMI dell’iniziativa Ideas Powered for Business SME found è un programma di sovvenzioni da 20 milioni di EURO volto ad aiutare le piccole e medie imprese con sede nell’Unione europea ad avvalersi dei propri diritti di proprietà intellettuale (IP) e a trarne vantaggio.

Il nuovo regime offre sostegno finanziario sotto forma di rimborsi per le domande di marchi e di disegni e modelli, fino a un importo massimo di 1.500 EUR per ciascuna impresa, a livello nazionale, regionale (Benelux) e a livello UE tramite l’EUIPO.

Le prossime finestre per la presentazione della domanda sono le seguenti:

  • 1° marzo 2021 – 31 marzo 2021
  • 1° maggio 2021 – 31 maggio 2021
  • 1° luglio 2021 – 31 luglio 2021
  • 1° settembre 2021 – 31 settembre 2021

Il Fondo cofinanzierà due tipologie di servizi:

  • SERVIZIO 1: 75 % in meno sui servizi di pre-diagnosi della PI (IP scan). I servizi di pre-diagnosi della PI di questo programma sono disponibili solo attraverso gli uffici di PI nazionali e regionali dell’UE partecipanti (servizio per il momento non disponibile in Italia)
  • SERVIZIO 2: 50 % in meno sulle tasse di base per le domande di marchio, disegno o modello.

La procedura da seguire si articola in tre fasi:

  1. Va compilato e inviato online il modulo di domanda con la documentazione richiesta per dimostrare che la l’azienda sia una PMI. In caso di esito positivo, verrà emessa dall’EUIPO una decisione di sovvenzione firmata dall’Ufficio. Tale attività può essere svolta esclusivamente dall’azienda.
  2. Va presentata la domanda e il pagamento per il marchio e/o il disegno o modello entro 30 giorni dalla ricezione della decisione di sovvenzione. Tale attività può essere svolta attraverso l’assistenza di un mandatario/rappresentante abilitato.
  3. Infine, una volta pagati i servizi, è possibile presentare la domanda di rimborso. In seguito all’approvazione delle informazioni e della documentazione trasmesse, il pagamento sarà effettuato entro un mese e i beneficiari ne saranno informati via e-mail.

Per informazioni ed assistenza: D.ssa Giovanna Del Bene – g.delbene@thinx.expert

 

Etichettatura: Origine della carne suina anche per i prodotti trasformati e misure temporanee causa Covid-19

Dalla metà del mese di novembre 2020, secondo il D.M. 6 agosto 2020 (pubblicato in Gazzetta il 16 settembre 2020) sarà obbligatorio riportare in etichetta l’indicazione del luogo di provenienza delle carni suine trasformate (per esempio würstel, prosciutti, salami, salsicce ecc.). Per il momento, la nuova norma ha carattere sperimentale ed è valida sino al 31 dicembre 2021.

In particolare, le indicazioni che dovranno essere presenti sull’etichetta, faranno riferimento al paese di nascita, di allevamento e di macellazione dei suini.

Quando la carne appartiene a suini nati, allevati e macellati nel medesimo Paese, l’indicazione in etichetta potrà essere per esempio anche nella forma semplificata di “Origine Italia” (o nome di altro Stato). Dunque, la dicitura “100% italiano“ sarà utilizzabile solo se i suini sono nati, allevati, macellati e trasformati in Italia.

Qualora la carne derivi invece da suini nati, allevati e macellati in uno o più Stati membri dell’Unione Europea, l’indicazione prevista dal DM potrà apparire in etichetta anche nella forma generica: “Origine UE”. Se la carne proviene da suini nati, allevati e macellati in uno o più non appartenenti all’Unione, potrà essere utilizzata anche la forma: “Origine extra UE”.

Per quanto attiene alle modalità di etichettatura in relazione all’origine della carne suina, l’indicazione del luogo di provenienza dovrà essere apposta nel campo visivo principale e stampata in modo tale da risultare “facilmente visibile e chiaramente leggibile”, senza essere in alcun modo nascosta, oscurata, limitata o separata da altre indicazioni scritte o grafiche o da altri elementi suscettibili di interferire.

Le predette indicazioni non valgono però per i prodotti DOP e IGP. Tuttavia, se i DOP sono comunque tutelati, perché per legge devono provenire da animali nati allevati e macellati in Italia (come nel caso dei prosciutti di Parma e San Daniele e dei salumi di Varzi, ecc.), lo stesso non vale per gli alimenti IGP, per cui basta che una sola tra le fasi di produzione, trasformazione ed elaborazione avvenga nell’area geografica delimitata per ottenere il marchio (per esempio il Cotechino di Modena IGP può essere lavorato in Italia, ma venire prodotto anche con maiali non italiani).

Per quanto attiene infine alle disposizioni transitorie, il D.M. del 6 agosto 2020 prevede che le carni suine immesse sul mercato od etichettate in data antecedente al 16 novembre 2020 p.v. senza soddisfare i sopra descritti requisiti di indicazione dell’origine, potranno essere commercializzate sino ad esaurimento delle scorte o, comunque, entro il termine di conservazione già previsto in etichetta.

A riguardo, in considerazione delle segnalazioni di difficoltà pervenute dalle associazioni imprenditoriali di settore ad ottemperare per tempo ai predetti obblighi a causa dell’attuale fase di emergenza sanitaria da Covid-19, con la circolare del 13 novembre 2020, il MISE ha previsto la possibilità per le imprese di poter utilizzare fino alla data del 31 gennaio 2021 le scorte esistenti degli imballaggi e delle etichette non conformi al D.M. 6.8.2020,  che risultino nella loro disponibilità a seguito di contratti stipulati prima della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del D.M. stesso.

© THINX Srl  – Dicembre 2020